Introduzione

“L’arte non deve servire il potere, ma deve ergersi contro i tiranni per rivendicare la libertà dell’uomo.”
Simili dichiarazioni di intenti si ripetono spesso, ed anche con estrema convinzione. Eppure da che mondo è mondo gli artisti lavorano per i potenti, e sono le grandi risorse dei mecenati a dettare le mode estetiche di ogni epoca. L’arte si piega alla potenza, è questa la cruda verità. Ma non solo: l’artista, questo domatore d’immagini, è uno dei più importanti mezzi tramite cui il tiranno conquista e mantiene saldo il suo comando.
Il rapporto fra chi è potente e l’arte va ben oltre lo sfoggio di bellezza e di lusso: le immagini che l’artista gli offre sono infatti una chiave che gli permette di entrare nel cuore delle grandi masse, e di vincerle al suo volere, così da disporne a suo piacimento.
Nel 1895, Gustav Le Bon scrisse nel suo saggio intitolato “Psicologia delle Folle”:

Per il solo fatto di far parte di una folla, l’uomo discende di parecchi gradi la scala della civiltà.
Isolato, sarebbe forse un individuo colto, nella folla è un istintivo, per conseguenza un barbaro. Egli ha la spontaneità, la violenza, la ferocia e anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. Si fa simile ad essi anche per la sua facilità a lasciarsi impressionare da
parole, immagini, e guidare ad atti che ledono i suoi interessi più evidenti. L’individuo della folla é un granello di sabbia in mezzo ad altri granelli di sabbia che il vento solleva a suo capriccio.
Gli oratori che sanno maneggiare le folle, presentano sempre loro associazioni di questo genere che sole possono influenzarle. Una serie di ragionamenti stringati, sarebbe totalmente incomprensibile alle folle, e perciò é permesso dire che esse non ragionano o fanno ragionamenti falsi, e non sono influenzabili con un ragionamento. La leggerezza di certi discorsi che hanno esercitato un’influenza enorme sugli uditori, talvolta stupisce alla lettura; ma si dimentica che essi furono fatti per trascinare delle collettività, e non per essere letti da filosofi. L’oratore, in intima comunione con la folla, sa evocare le immagini che la seducono. Se egli riesce, il suo scopo é stato raggiunto; e un volume di arringhe non vale le poche frasi che sono riuscite a sedurre gli animi che bisognava convincere.

La scelta delle immagini non è certo casuale: quelle che hanno l’effetto più concreto e devastante sono le stesse che agitano i sogni degli uomini, che infuocarono i miti e le leggende dei popoli. Sempre Le Bon scrisse:

L’immaginazione delle folle, come quella di tutti gli esseri in cui non interviene il ragionamento, è suscettibile di profonde impressioni. Le immagini evocate nel loro spirito da un personaggio, un fatto, un incidente, hanno quasi la vivezza delle cose reali. Le folle sono un po’ come un dormiente, in cui la ragione é momentaneamente annullata, e vede sorgere nel suo spirito delle immagini d’una intensità estrema, ma che si dissipano subito appena vengono a contatto con la riflessione. Le folle, essendo incapaci di riflettere e di ragionare, non conoscono l’inverosimile; ora, le cose più inverosimili sono generalmente quelle che colpiscono di più.
Per questo le folle sono impressionate maggiormente da ciò che c’é di meraviglioso e di leggendario negli avvenimenti. Il meraviglioso e il leggendario sono in realtà i veri sostegni delle civiltà. Nella storia l’apparenza ha sempre avuto più importanza della realtà. L’irreale predomina sul reale.
Le folle, non potendo pensare che per immagini, non si lasciano impressionare che dalle immagini. Soltanto quest’ultime le spaventano o le entusiasmano e regolano i loro atti.

Cambiano gli accidenti, i dettagli secondari, gli stili grafici, ma la sostanza delle immagini resta la stessa. Scorrendo le figure della propaganda politica ci si accorge subito come certi temi siano insistentemente ripetuti, resistendo al passare dei secoli, spesso venendo addirittura usati al tempo stesso da fazioni contrapposte.
Il nemico è la morte, il drago, il serpente, l’orco; dalla “nostra”, per fortuna, c’è l’eroe vittorioso, l’angelo protettore, ed il re che veglia sulla nazione intera come un buon padre. Non sembra di essere in una fiaba? Eppure questi stessi personaggi si ritrovano nella propaganda di stado della prima guerra mondiale, oppure nei discorsi della Germania nazista, nei manifesti della Russia sovietica o ancora nelle narrazioni americane della guerra fredda. Si ritrovano anche oggi, anzi, in numero ancor maggiore, spinti oltre ogni modo da tutte le moderne innovazioni nelle telecomunicazioni.
Basta saperle riconoscere, e ci si può accorgere che il loro linguaggio circonda in maniera capillare non solo la storia, ma anche il nostro presente.

Non è certo mia intenzione promettervi un “vaccino psicologico” contro questo tipo di manipolazione: la conoscenza pertiene all’individuo, mentre il gioco della politica è saper spingere le grandi masse. Se anche una, dieci o cento persone fossero a conoscenza di questi meccanismi di creazione del consenso, il movimento della folla non cambierebbe: non è nuotando contro corrente che si inverte il corso di un fiume.
Lo psicologo Carl Gustav Jung disse a proposito:

Gli elementi che sono comuni a tutti gli uomini possono sommarsi nel formarsi del gruppo, mentre le prestazioni individuali non si sommano mai, piuttosto si elidono a vicenda. Perciò un gruppo di grosse dimensioni, se lo si considera come un essere autonomo, mostra esclusivamente tratti che sono comuni a tutti gli uomini, ma non lascia emergere neppure una delle loro prestazioni individuali. I tratti comuni a tutti gli nomini consistono principalmente in qualità istintuali, che hanno un carattere relativamente primitivo e indubbiamente inferiore rispetto al livello mentale della maggior parte dei membri del gruppo. Cento teste intelligenti messe insieme danno per risultato un idroocfalo.
La psicologia delle masse è sempre inferiore a quella dell’individuo, perfino quando si affrontino le imprese più idealistiche. La totalità di una nazione non reagisce mai come un normale individuo moderno, ma sempre come un gruppo primitivo. Perciò le mases non presentano mai un buon adattamento, tranne che a livelli estremamente primitivi. Le loro reazioni rientrano nella seconda categoria, ossia sono di tipo negativo. In seno al gruppo, l’individuo è sempre irragionevole, non dimostra senso di responsabilità, è emotivo, imprevedibile e inattendibile. Crimini, che l’individuo da solo non potrebbe mai avere la forza di reggere, vengono perpetrati senza alcun ritegno dal gruppo.
(Psicologia e problemi nazionali, 1936)

Niente vane illusioni, dunque. Qui ci limiteremo a studiare queste immagini eterne. Ci chiederemo perchè tornano sempre a ripresentarsi nella storia, perchè affascinano tanto l’essere umano; e spereremo di comprendere, attraverso queste manifestazioni esteriori, gli antichi demoni che si agitano nell’abisso oscuro della nostra anima.

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