045. E’ tempo di falciare!

E' tempo di falciare!

“E’ tempo di falciare”
Autore: Viktor Nikolaevich Deni – U.R.S.S., 1920

Nel 1919 ebbe inizio un conflitto fra la Polonia e l’Unione Sovietica, per il controllo di un’area grossomodo corrispondente all’odierna Ucraina. La propaganda sovietica si attestò su una tecnica ben collaudata, dipingendo i capi di stato polacchi come nemici della rivoluzione; anche la controffensiva polacca seguì una linea classica, descrivendo l’offensiva sovietica ad una sanguinaria invasione.

In questo manifesto sovietico si può osservare un contadino russo che con la falce recide la testa di due nemici. Quello a sinistra è la caricatura del presidente polacco Józef Piłsudski, mentre l’altro è Pëtr Nikolaevič Vrangel’, ex ufficiale russo che dopo la rivoluzione cercò di contrastare l’Armata Rossa.

Per le popolazioni rurali, la mietitura è sempre stata una festa sacra, in cui si mescolano la gioia del raccolto con l’ombra della morte simbolica del grano. Nel suo celebre “Ramo d’oro” James Frazer dedicò molto spazio alle credenze e alle cerimonie rituali dedicate a questo importante evento del calendario contadino.
Il contrasto fra vita e terrore si ritrova anche in questo manifesto, che contrappone il gioioso sorriso del contadino al muto urlo di morte dei due decapitati.

Ancora una volta possiamo osservare la continuità del linguaggio propagandistico con le più antiche tradizioni mitologiche, pittoriche e poetiche. L’accostamento fra guerra e mietitura si trova ad esempio nel libro undicesimo dell’Iliade :
Qual di ricco padron nel campo vanno
i mietitori con opposte fronti
falciando l’orzo od il frumento; in lunga
serie recise cadono le bionde
figlie de’ solchi, e in un momento ingombra
di manipoli tutta è la campagna;
così Teucri ed Achei gli uni su gli altri
irruendo si mietono col ferro
in mutua strage.

Nel primo dopoguerra la classe contadina rappresentava ancora una nutrita percentuale della popolazione, ed era importante per la propaganda saper parlare il suo linguaggio. Così gli appelli all’immaginario rurale non si trovano solamente nei manifesti sovietici, ma ad esempio anche nel repertorio nazionalsocialista:

La battaglia delle erbacce

L’immagine proviene dal giornale satirico tedesco “Die Brennessel”, in occasione delle elezioni del luglio 1932. La didascalia recita “La battaglia delle erbacce”: i “papaveri” rossi sono i comunisti, mentre il cappello nero allude al clero, altro nemico del nazionalsocialismo.

La propaganda nazista pesca a piene mani nell’iconografia völkisch, in cui il simbolo del grano occupa un posto d’onore, come in questo manifesto elettorale:

"Libertà e pane. Vota Nazionalsocialista, Lista 9"

“Libertà e pane. Vota Nazionalsocialista, Lista 9”. Anche l’Italia fascista usò questo argomento, in quella che fu significativamente battezzata “la battaglia del grano”:

"Vittoria del grano"

 Nella propaganda per la politica interna, l’accento viene posto sul grano, il prezioso oro vegetale che permette di sfamare la propria famiglia. La falce viene messa invece in risalto quando è necessario evidenziare un’aggressività contro un nemico. La falce è una lama, ed anche quando il contesto è all’apparenza soltanto, il simbolo mantiene sempre una certa aggressività latente:

kiel

Riassumendo, il falciatore miete il grano, ed allo stesso tempo recide le erbacce; la falce sfama la propria famiglia, ed è una valida arma contro il nemico. Nella sua lama lunare coesistono vita e morte, rendendola un simbolo bipolare adattissimo alle finalità della propaganda.

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